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Intervista al Maestro Berardino De Carlo
(rilasciata in occasione del 50° anniversario)

“Era il 1948, avevo 19 anni… al campo sportivo di Modugno, vicino a Bari dove abitavo, il maestro Scioscia per il Judo e Lombardi per la lotta greco-romana, svolgevano una selezione di reclutamento per queste discipline. All’epoca questi non erano sport usuali, io ero molto curioso di tutto cio’ che era sport e quindi partecipai e venni subito rapito. All’inizio frequentavo i corsi al Liceo di Bari, ci prestavano il kimono e facevamo i primi passi con il maestro Angiulli, era affascinante prendere contatto con un mondo tutto nuovo.”

Clicca per ingrandire Solitamente colui che in tutta Treviso è il “Maestro” per antonomasia è un tipo di poche parole e tanta, tanta sostanza, ma se l’argomento è la storia dei suoi 50 anni di judo allora si scioglie e le parole volano assieme ai ricordi con la stessa armonia di quel “tai otoshi” che da sempre in questi anni ha caratterizzato la parete principale dell’A.S.Judo Treviso. Una società forgiata ad immagine e somiglianza del “Maestro” Berardino De Carlo, non per niente la pulizia assoluta di quel gesto tecnico immortalata in quella famigerata mega foto, è il marchio di fabbrica di qualsiasi judoka che abbia vestito i colori della società trevigiana. Ma fu il Maestro a innamorarsi del judo o il judo a immanorarsi di lui?

“Il passo decisivo fu con l’Esercito, è proprio lì, prestando servizio, che proseguii la mia “love story” con il judo. Nella Scuola Militare di Educazione Fisica ad Orvieto, era il 1955, imparavamo un po’ di tutto, pugilato, atletica leggera, pallavolo, e anche il judo ovviamente. Io lo conoscevo già e quindi continuai il mio approccio , frequentavo anche nei week end una palestra privata a Civitavecchia con altri “pionieri” di questo sport orientale, il 20 gennaio del ’55 mi venne consegnata la mia prima cintura colorata, la cintura gialla, e già nel ’57 avevo la cintura marron e il diploma per insegnare il judo.”

Era un judo completamente diverso da quello attuale:
“Le basi erano le stesse, ovviamente pero’ c’era tanto di diverso, ad esempio il nome, non si parlava di judo, ma di “lotta giapponese”, e le tecniche avevano nomi italianizzati, il “de ashi barai” era la “banana”, l’ “uki goshi” (la prima tecnica che il maestro insegna e ha sempre insegnato ai principianti, ndr) era la “grande ancata” e così via. Siamo partiti in 19 alla scuola di Orvieto, finimmo in 12. C’era con me Gaddi, già più avanti perche’ nei fine settimana a Roma si allenava con Ken Otani, un giapponese pluridecorato nella seconda guerra mondiale che è stato il vero traghettatorie del judo in Italia: ricordo che con lui scovammo dei libri in francese sul judo, con illustrazioni e disegni, e facevamo delle copie con metodi artigianali, ricalcando foto e disegni con la carta velina, traducendo come potevamo le varie spiegazioni e cercando di completare i primi manuali che io poi fotocopiavo nei week end a Civitavecchia.”

Clicca per ingrandire E poi la cintura nera e il judo che diventa qualcosa di più di un hobby: “Ci specializzammo e nel 1958 alla chiusura del corso ad Orvieto, avemmo la cintura nera dalla FIAP (Federazione Italiana Atletica Pesante) e il diploma di Istruttore di Judo, Difesa Personale e Disarmi.”

All’epoca le cinture nere di judo, in tutta Italia, erano una trentina, e una di queste, proprio quel Berardino De Carlo che dopo qualche lustro diventerà per tutti “il Maestro”, nell’autunno del ’58 scese dal treno alla stazione di Treviso per prendere servizio alla caserma Cadorin, ma con una missione che contraddistinguerà tutta la sua esistenza, far prosperare nella Marca un germoglio orientale:
“Ero appena arrivato e già fremevo per la voglia di continuare l’attività sportiva, andai dal professor Rigo del Riccati mi dicevano, che conosce tutti, e lui mi mise in contatto con il dott. Marco Vasconetto che era responsabile del CONI. Insomma, una trafila per cercare qualcuno che potesse darmi l’opportunità di fare judo a Treviso, fino all’incontro con il prof. Menenio Bortolozzi, il deus ex machina dello sport trevigiano nel dopoguerra. Un incontro che non dimenticherò mai perché avvenne all’…obitorio! Si, perché Bortolozzi era Primario di Anatomopatologia all’Ospedale di Treviso, e mi diede appuntamento proprio lì. Ma alla fine quell’incontro fu fortunato, e il 22 dicembre del 1958 il prof.Bortolozzi radunò nella sede del CSI in Piazza Filodrammatici più di cento persone interessate e iniziò l’avventura: per dir la verità al momento di raccogliere i soldi eravamo rimasti in 18 persone, ma bastarono e riuscimmo ad acquistare il primo “tatami” di 8 metri per 8 che facemmo arrivare da Roma. Il 1° aprile alla Palestra Verdi, dove oggi c’e’ il Tribunale, ci fu il primo, storico, “rei”.” Si parte dunque, esattamente cinquant’anni fa, ma quali furono le reazioni alla pratica del judo da parte dei primi soci fondatori? “I primi quindici giorni furono “morbidi”, eravamo tutti ragazzi atletici di 20/25 anni e per le prime lezioni ci limitammo alla ginnastica e all’attività fisica. Dopo due settimane circa mostrai al gruppo le prime proiezioni e mi ricordo Lusetti e Danesin che esclamarono: “ma questo è matto!”. Da lì pero’ per molti fu amore a prima vista, e la passione aumentò. Nel giugno del ’59 Vasconetto e l’allora Assessore allo Sport di Treviso Dino De Poli fecero venire per un’esibizione alla Palestra CONI di Viale Vittorio Veneto tutta la squadra laziale del Nettuno. Fu uno spettacolo memorabile, vennero spente tutte le luci e gli atleti indossavano kimoni fosforescenti, per la 1° volta in Italia venne fatto un Katà in questa maniera. Le tribune erano strapiene, la curiosità era tanta, tutti volevano informarsi, sapere come facevamo a cadere così e a non farci male, il judo cominciava a farsi conoscere. Proprio con l’occasione i tatami portati lì per l’esibizione restarono nella Palestra CONI e dal settembre del ’59 abbandonammo la Palestra Verdi per rimanere in Viale Vittorio Veneto dove ci dividevamo gli spazi con la scherma.”

Clicca per ingrandire I primi soci erano tutti uomini, e le donne? “Avevamo un corso per bambini, poi nel ’60 partì anche il corso femminile con le sorelle Celsi e Luisa Zambon che poi a Milano fu una grande del basket femminile italiano (con 47 presenze in Nazionale, ndr). Dopo un po’ rimasero solo in due e decidemmo di sospenderlo perché non ci stavamo dentro con le spese e cosa fece una delle due, la Taboga? Pagò 8 quote per far continuare il corso e poi vennero trovate altre ragazze con le quali continuare l’attività.”

Maestro, come mai si dedicò completamente all’insegnamento e non anche all’agonismo, alle gare? “Lavoravo in caserma e insegnavo, il tempo e le risorse erano pochi così come era difficile ottenere dei permessi per gareggiare. All’inizio facevo qualche gara, mi ricordo che nel ’57 andai a Lanciano per un trofeo, ero figlio di un ferroviere e quindi quando arrivai alla stazione, non avendo soldi per l’albergo, dormii grazie al Capostazione in una sala d’aspetto. Insomma, era più facile insegnare.”

Ed è tempo del primo boom di questo sport nella nostra città fu nei primi anni ’60: “Proprio nel ’60 organizzammo un’altra manifestazione di spicco, il Trofeo Gazzetta dello Sport, una specie di campionato italiano, e gli iscritti iniziarono ad aumentare. Si iscrivevano ragazzi sopra i vent’anni, di classe sociale medio-alta, già nel 1966 avevamo lasciato il CSI per affiliarci, come Associazione Sportiva Judo Treviso, al CONI. Facevamo corsi tutti i giorni, dal pomeriggio alla sera. Io terminavo il lavoro in caserma alle cinque del pomeriggio e poi filavo dritto in palestra, non più al CONI, ma nella nuova sede di Via Giacomelli. In quel periodo cominciavamo anche ad avere risultati importanti e grazie a personaggi come Basso, Boscolo, Scaffai, avevamo le nostre soddisfazioni sul tatami e fuori.”

Clicca per ingrandire Un impegno totale quello del “Maestro”, tutti i giorni per ore ed ore sul tatami a predicare judo a intere generazioni di trevigiani: “Con la crescita della società arrivò anche qualche problema. Ad un certo punto arrivarono lettere anonime in caserma dove ero sergente. Insinuavano di un mio “secondo lavoro”, venni anche praticamente pedinato dai carabinieri alla ricerca di informazioni. Venni convocato dal Generale dell’epoca, venne anche uno dei soci, Germano Ferracin a difendermi e a testimoniare che non percepivo uno stipendio dalla società se non un minimo rimborso-spese. Andò bene e me la cavai con una pacca sulla spalla dal Generale. Poi lo sfratto da Via Giacomelli, nel 1970 proprio nel momento in cui la crescita di iscritti continuava incessante.”

E qui si apre il capitolo più vicino a noi, quello della sede di Viale Montegrappa, in un vecchio acetificio dismesso:
“Ci venne segnalato dal sig. Contini che aveva il figlio tra i nostri judokas. La struttura e la posizione erano ottimali, ma c’erano ancora le vasche e le buche per l’aceto e soprattutto non c’erano i soldi in cassa per i lavori. Al primo problema ovviammo con..l’olio di gomito, quante ore a pulire, raschiare, sgomberare, cercare di eliminare quell’odore persistente, al secondo problema, quello dei soldi, il più importante, ponemmo rimedio con una vera e propria “cassa peota” tra i soci che ci permise di fare questo grande salto.”

Clicca per ingrandire Negli anni ’70 con l’arrivo in Viale Montegrappa è tempo del secondo boom del judo a treviso, ora negli armadi tutte le famiglie della media borghesia trevigiana c’e’ o c’e’ stato un bel kimono bianco: “Arrivammo a contare 400 soci e oltre, i corsi si tenevano anche di sabato, dal pomeriggio presto fino a sera inoltrata. Nella caserma di Monigo finivo alle 17.00, un po’ troppo tardi, ma con l’intercessione di un politico dell’epoca che aveva il figlio iscritto in palestra, venni trasferito ad altra caserma dove invece terminavo di lavorare alle 14.00, con più tempo quindi per il judo.”

E, per fortuna, si affiancarono anche altri insegnanti, giovani leve della “scuola De Carlo”, che contribuirono anche ai risultati agonistici sempre più importanti:
“Iniziò Franco Riva, poi Tofani, Adriano Pizzolon, Sante Piovesan, Carla Barbi ed altri. Tutto corroborato dai risultati della nostra società, che era stabilmente la prima del Veneto con la perla del 1972 quando fummo capaci di un’impresa straordinaria, il secondo posto nel ranking nazionale, impresa impensabile per una piccola società di provincia al cospetto dei grandi club costole dei gruppi sportivi militari.” Inizia la stagione dei grandi risultati… “Fu un’escalation continua, gli atleti erano ovviamente tutti dilettanti, ma prendevano maledettamente sul serio le gare e la preparazione, ogni domenica c’era un trofeo o una qualificazione e la nostra squadra si fece un nome molto importante a livello nazionale.”

Quando c’e’ da parlare di risultati, di vittorie, di podi, ecco che tutta l’umiltà e la riservatezza di Berardino De Carlo tornano in evidenza, e così vengono solo sfiorate le tante medaglie dei suoi ragazzi, le convocazioni in nazionale, le classifiche nazionali che facevano gridare al miracolo e parallelamente i riconoscimenti per lui, per anni anche Presidente del Comitato Veneto della FILPJ e poi Consigliere Federale. E’ interessante come i suoi riconoscimenti siano infatti contemporanei, o quasi, a quelli della società che ha guidato con amore e tenacia, come la Stella d’Oro al Merito Sportivo del CONI che entrambi hanno della bacheca. Nel suo uffi cio-museo di casa De Carlo, tra una targa per il settimo dan e la cintura bianca e rossa che ne danno un’aura quasi epica, tra le onorefi cenze più esclusive, ad una però, magari per i più poco signifi cativa, ci tiene più che ad altre il Maestro: “Una targa che mi consegnò nel 1989 la Regione Basilicata, dopo che avevo aiutato a risistemare la federazione locale“ e la targa recita “Il judo in Basilicata ad un “uomo” della Basilicata”. Un uomo della Basilicata che, fatto tappa a Treviso, non l’ha più lasciata ed anzi ha dato alla città un nuovo sport nel quale riconoscersi: “Adesso è tempo di guardare al futuro, e la società è in buone mani con uno staff dirigenziale competente e appassionato e un ragazzo come Alessandro (Esposito, ndr) che ha preso in mano il settore tecnico con grande volontà e dedizione. Mi piace perché il suo stile mi ricorda quello che avevo da giovane, la continuità è importante e da quello si può partire. Bisognerà magari cambiare palestra, questa di Viale Montegrappa ha fatto il suo dovere per tanti anni, ora serve un’altra sede, ma l’A.S.Judo Treviso è ancora viva e il mio desiderio è che ci sia judo a Treviso per..altri 50 anni!”

Clicca per ingrandire E’ quasi d’obbligo in questi casi, a chi la dedica di questi 50 anni di judo? “Abbiamo avuto circa 5000 iscritti, me li ricordo tutti uno per uno, nome per nome, cintura per cintura e voglio in primis dedicare a tutti loro e alle loro famiglie, al loro entusiasmo e ai loro sacrifi ci questa splendida avventura. Le famiglie sono sempre state importantissime, parte integrante della nostra società, le carovane per andare alle gare erano sempre più corpose e le domeniche diventavano delle grandi feste nel nome del judo. Devo ricordare pero’ anche tutti gli insegnanti che abbiamo avuto e che mi hanno coadiuvato nel trasmettere l’amore per questo sport e soprattutto due persone speciali, Gualtiero Basso che è stato assieme ad Alberto Boscolo il trascinatore perché diventassimo davvero grandi.”

Il momento più bello, quello più simpatico e quello più triste: “Decidere il più bello è difficile, forse il primo titolo italiano vinto a Roma, il più triste ce l’ho sempre in mente, quando nella finalissima per il titolo italiano una ragazza si fermò a 5 secondi dalla fine, in vantaggio, perché aveva male ad un piede. 5 secondi alla fine! Era solo una botta, ma lei non voleva saperne, io stavo arbitrando su un’altra materassina, l’avrei strozzata. Gli episodi più simpatici sono parecchi, ricordo tra tutti un tal Doglioni che è riuscito a tenere nascosto per tutta l’ora di lezione un gattino dentro il kimono. Faceva tutto con il gatto nascosto dentro, anche le capovolte, pensate che me ne sono accorto solo al saluto fi nale! E poi nelle gare le situazioni più strane, specie con il peso come quella volta che Bianchini il venerdì era sotto il peso limite di 3 chili e alla domenica era un chilo sopra, scoprimmo che aveva un problema intestinale e non si era mai “liberato” in tre giorni! Mentre il fratello venne convocato in Nazionale e non ci andò per un … compito di greco. Cercammo di convincerlo in tutti i modi, ma non ne volle sapere.”

Un’ultima domanda Maestro, come è stato rivestire il judogi per il servizio fotografico e rifare, sempre con lo stesso “uke” (Adriano Pizzolon) quel famoso “tai otoshi”? “Il judo non si scorda mai, è come andare in bicicletta. Mi è venuto benissimo e mi è venuto naturale, dalla foto ho visto che era praticamente uguale. Farlo con Adriano, dopo più di quarant’anni, mi ha emozionato parecchio, ma questo sport, statene certi, non smetterà mai di darmi emozioni.”